Karzai, abbiamo sbagliato uomo?

Ahmid Karzai, il presidente afghano
Il suo debutto sulla scena internazionale, alla conferenza di Tokyo dei paesi donatori nel 2002, era stato trionfale. A pochi mesi dalla sconfitta talebana Hamid Karzai, acclamato presidente ad interim dalla «loya jirga» dei capi tribali, era per tutti il salvatore dell’Afghanistan: lo statista destinato a pacificare il paese devastato da 30 anni di guerre, il prudente e fedele alleato dell’Occidente, l’amico personale di George W. Bush. Tornò a Kabul con un bottino di 25 miliardi di dollari per la ricostruzione e con la palma di «uomo politico più elegante del mondo» attribuitagli dallo stilista Tom Ford, impressionato dal berretto di lana karakul e dal mantello uzbeko verde smeraldo del leader afghano.
Sette anni dopo, alla vigilia della sua probabile riconferma alle presidenziali del 20 agosto, Karzai è diventato un problema. Per gli afghani, che lo accusano di nepotismo e gli rimproverano di non avere mantenuto le molte promesse. Per i comandi della coalizione, che gli imputano la scarsa preparazione e affidabilità delle forze di sicurezza locali. Per i donatori, che il mese scorso a Parigi non hanno apprezzato la richiesta di altri 50 miliardi di dollari (ne hanno, alla fine, stanziati 21). Per le Nazioni Unite, che per bocca del segretario generale Ban Ki-moon hanno invocato «misure concrete» per rendere più trasparente l’attività del governo di Kabul; e per l’amministrazione Obama, irritata dall’impunità concessa ai signori della guerra e della droga, dall’inefficienza e dalla debolezza dell’esecutivo.
«Karzai ha fallito su tutti i fronti» afferma la deputata Shukria Barakzai. «Senza sviluppo e opportunità di lavoro non avremo mai sicurezza. E al governo abbiamo gente che un tempo predicava la guerra santa e ora parla di democrazia. Come possiamo fidarci?».
Anche l’offensiva nella provincia dell’Helmand, dove 4 mila marine e 700 afghani al comando del generale Stanley McChrystal sono impegnati nella più vasta campagna di terra e aerea dai tempi del Vietnam, pare destinata all’insuccesso. «L’offensiva non raggiungerà lo scopo di eliminare gli insorti» prevede Rory Stewart, ex diplomatico inglese (era vice dell’amministratore civile provvisorio Barbara Contini a Nassiriya in Iraq) ora docente a Harvard. «Avrà invece un impatto negativo sulle comunità pashtun del sud e alimenterà la propaganda antioccidentale. Quanto al governo di Kabul, che incentivo può avere a varare le auspicate riforme se un paese che produce il 92 per cento dell’eroina del pianeta continua a ricevere decine di miliardi di dollari in aiuti?».
Analisti e diplomatici si chiedono oggi se Karzai sia l’uomo giusto per affrontare le tre principali sfide che ha di fronte l’Afghanistan: i talebani, l’oppio e la dilagante corruzione. E la risposta è sempre la stessa: non ci sono alternative. Fra i 40 candidati alle elezioni, solo l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah e l’ex ministro delle Finanze Ashraf Ghani sono accreditati di un certo seguito tra la popolazione urbana. Non tale tuttavia da impensierire il presidente, che ha saputo tessere una rete di alleanze con comandanti mujaheddin e governatori di dubbia reputazione, ma con solide basi elettorali.
Si è assicurato l’appoggio di Mohammed Fahim Qasim, ex ministro della Difesa, ex braccio destro del «Leone del Panjshir» Ahmed Shah Massud, capo dei tajiki del nord, gradito a Mosca.

Di Mohammed Karim Khalili, leader degli sciiti di etnia hazara, sostenuto da Teheran. E di Abdul Rashid Dostum, signore della guerra uzbeko esiliato in Turchia, da poco reinsediato nell’incarico di responsabile della sicurezza di Karzai: una mossa che ha fatto infuriare la Casa Bianca.
Furono i miliziani di Dostum, nel novembre 2001, a rinchiudere in container oltre 1.500 talebani arresisi a Kunduz, a lasciarli morire di sete e a seppellirli in una fossa comune nel deserto di Dasht-i-Leili, vicino a Sheberghan. Nel 2002 il generale Abad Khan, capo della sicurezza di Dostum, assicurava a Panorama che «solo 150 talebani sono sepolti nella fossa e tutti sono morti di malattia o per le ferite ricevute in combattimento». Ma gli abitanti del villaggio raccontavano che il viavai dei container era durato una settimana. E che gli americani, presenti nella zona, non potevano non sapere. Barack Obama ha ora ordinato un’inchiesta sull’eccidio, crimine che l’amministrazione Bush aveva nascosto al Congresso.
Paradossalmente, agli occhi di osservatori occidentali gli elementi di debolezza di Karzai sono proprio la capacità di mediazione, l’attitudine al dialogo e l’inclinazione al compromesso, tutte doti che gli hanno consentito di destreggiarsi nel labirinto etnico-politico dell’Afghanistan.
Nato nel 1957 a Karz, nel distretto di Kandahar, figlio del potente capo pashtun della tribù dei Popalzai, laureato in scienze politiche all’Università indiana di Simla, Karzai, tranne una breve esperienza come viceministro degli Esteri nel governo Rabbani (1992), ha vissuto quasi sempre a Quetta, in Pakistan.
Collaboratore della Cia durante la guerra contro i sovietici, consigliere dell’ex re Zahir Shah, è musulmano praticante: prega cinque volte al giorno e in teoria non beve alcolici, anche se ha creato clamore una recente immagine nella quale il presidente porta alle labbra un bicchiere di vino.
Karzai guardò con favore l’ascesa dei talebani, ai quali giurò vendetta dopo la morte del padre, ucciso nel 1999 dai sicari degli «studenti di religione». Quando la comunità internazionale lo catapultò al vertice dello stato, Karzai, privo di una milizia personale e titolare della poltrona meno invidiata al mondo, fu costretto a scendere a patti con signori della guerra e sicofanti di ogni sorta, senza mai riuscire a imporre saldamente la propria autorità oltre i confini della capitale Kabul.
Due fattori hanno contribuito al suo ulteriore indebolimento: la scelta di finanziare la ricostruzione attraverso le ong e le agenzie dell’Onu, aggirando il governo afghano, e il massiccio trasferimento di uomini e risorse dal teatro afghano a quello iracheno deciso da Bush alla fine del 2002.
Il bilancio di Karzai, sfuggito ad almeno quattro attentati, non è però del tutto negativo: il paese ha una nuova costituzione, il tasso di scolarizzazione è cresciuto, sono stati aperti 4 mila chilometri di strade e Kabul pullula di nuovi alberghi e centri commerciali. Ma gran parte dell’Afghanistan resta alla mercé degli insorti. Il 60 per cento delle abitazioni è privo di corrente elettrica e l’80 per cento è senz’acqua potabile. L’illegalità è diffusa, la disoccupazione aumenta, la corruzione infetta tutti gli ingranaggi della società. E il traffico di oppio e di eroina, un business da 4 miliardi di dollari all’anno, continua ad alimentare l’insicurezza e a rimpinguare le casse dei talebani che controllano i campi di papaveri.
Negli ultimi mesi la Casa Bianca ha preso le distanze da Karzai. Il presidente afghano non era presente il 20 gennaio alla cerimonia di insediamento di Obama, che ha cancellato la consuetudine delle videoconferenze bisettimanali con Kabul.
E Karzai non si è certo adoperato per dissipare lo scetticismo e la freddezza di Washington: in aprile solo le proteste americane ed europee lo hanno indotto a bocciare una legge «talebana» che obbligava le donne a sottostare ai voleri sessuali dei mariti. E ai primi di luglio ha amnistiato cinque trafficanti di eroina, tra i quali un parente del suo consigliere per la campagna elettorale.
Al dipartimento di Stato sono al vaglio anche due dossier scottanti. Il primo riguarda gli exploit imprenditoriali del fratello maggiore di Karzai, Mahmud, che da proprietario di alcuni modesti ristoranti negli Usa è diventato in pochi anni un tycoon con interessi ramificati nell’immobiliare, nell’unico cementificio afghano, nella principale banca del paese, in quattro miniere di carbone, ed è il concessionario esclusivo della Toyota.
Il secondo, più incandescente, è intestato ad Ahmad Wali Karzai, 48 anni, fratello minore del presidente e capo del consiglio provinciale di Kandahar. Sebbene non vi siano prove certe, il Dipartimento antidroga americano ha raccolto fin dal 2004 numerosi indizi del coinvolgimento di Ahmad Wali nel traffico di eroina.
La buona fede e l’integrità di Hamid Karzai, per ora, non sembrano essere in discussione. Ma la luna di miele tra l’Occidente e Kabul è ormai finita.